Libertà, acqua e deserto

Un gruppo enorme, composto da 600.000 uomini adulti, più le donne e i bambini stando ai dati biblici (Es 12,37), guarda tra lo sconcerto e la gioia il mare appena attraversato. Osserva i cadaveri dei nemici che galleggiano con i loro carri e cavalli. Sono salvi, e sono liberi. Sono gli ebrei sfuggiti all’esercito egiziano. Sono salvi, sono liberi, ma li attende il deserto.
Come sono riusciti a sopravvivere ad uno dei più forti eserciti del mondo?
La risposta la conosciamo: Dio è con loro, ed essi partecipano al disegno per la libertà e la salvezza dell’umanità intera. Sono popolo/simbolo, popolo/sacramento.
L’avventura dell’esodo e della liberazione dalla schiavitù è iniziata con il fuoco del roveto che non si consuma e si concluderà con l’acqua. E paradossalmente in questo contesto il fuoco è segno di luce, mentre l’acqua è segno di “morte”. Tra l’uno e l’altra troviamo una storia che racconta una morte e una liberazione – passaggio verso la vita: è, appunto, la morte dell’acqua, dello Iam Suph.
Il nostro percorso “quaresimale”, in questo e nei prossimi contributi, ci porterà così da una liberazione ad un’altra, da una Pasqua ad un’altra, dalla Pesach ebraica alla Pasqua di Risurrezione. Dopo Pasqua ci accosteremo poi ai diversi racconti della Risurrezione presenti nei quattro Vangeli.
Riprendendo il racconto troviamo Mosè, il fuggitivo, rassegnato ad una vita banale, in Madian, nella penisola Arabica. Quest’uomo mentre pascola il gregge sull’Oreb si accorge di uno strano fuoco e vi si accosta, il roveto roso dalle fiamme non si consuma e una voce proveniente dal suo interno lo chiama: a manifestarsi è il nome di tutti i nomi, il Nome senza nome, quello che gli chiede di tornare in Egitto, Colui che era, che è e che sarà (“Colui che è” in Es 3,14 traduce un’espressione ebraica che ha un significato più ampio, che indica continuità, ‘ehieh asher ‘ehieh). A lui che è stato costretto a rinnegare la vita precedente in seguito ad una morte, un omicidio, per essere precisi, viene chiesto di tornare sui suoi passi per liberare il popolo dalla schiavitù.
Mosè è l’uomo della soglia, colui che sempre cammina e mai arriva, che è veicolo di cambiamento ma che è costretto a fermarsi prima di arrivare alla terra promessa, e che torna indietro quando è già in salvo. Conduce gli altri, arriva fino al “confine” e Dio lo ferma. Altri continueranno la sua opera. È, questo, un grande insegnamento: siamo chiamati a percorrere un pezzo di strada, a camminare e a condurre finché ci è dato. La completezza, la “perfezione” costituiscono tutto il percorso, di cui noi siamo solo una parte. Noi uomini della soglia osserveremo la terra da lontano e nell’ultimo “passaggio”, nell’ultima pesach, entreremo, incompleti, nella vera terra promessa, dove saremo resi completi in Dio.
Ma torniamo all’esodo, e all’uscita reale degli ebrei dall’Egitto.
La chiamata del Mosè fuggito dalla corte del Faraone, ormai sistemato presso il suocero Ietro, sposato, accasato, genera una catena di eventi che culmina nella “decima piaga”. Ancora una volta la morte, quella di ogni primogenitura, di ogni discendenza, entra di prepotenza nella storia e la vita corre sul filo del sangue. Sangue innocente, di agnelli immolati.
La ragione di tutto questo sangue innocente versato è che la morte permette la vita. Sembra assurdo ma è così. Solo con la morte si accede alla vera vita. Si tratta qui sia di una “realtà” che di un “simbolo”: la morte a noi stessi, alle cose, ricuce il rapporto con Dio, così come la vittima sacrificata ricostruisce l’equilibrio, l’armonia perduta, e si “divinizza”. Ugualmente e ancor più la morte fisica è un passaggio verso la vita in Dio: si abbandona tutto per essere “suoi”.
Un passaggio: questo è pesach. Ma attenzione, non è solo un passaggio da una condizione ad un’altra, non è in realtà questo il senso del termine ebraico, che deriva da un verbo, pasach, che possiede una sfumatura importante, la quale chiarisce più a fondo il senso della “pasqua” dall’Egitto al deserto.
Pasach significa infatti “passare oltre”. Il sangue dell’agnello che segna gli stipiti delle porte degli ebrei, consente all’angelo della morte di riconoscerne gli abitanti e di “passare oltre” senza colpire. Allo stesso modo il passaggio degli ebrei nel mare è un passare oltre, all’altra riva. In entrambi i casi la morte passa ma non colpisce chi cammina con Dio (come era successo con Enoch, ogni elemento nel testo biblico è collegato), e allo stesso tempo chi cammina con Dio passa oltre, ritrovandosi nella condizione di “risorto” in Dio.
Il popolo ebraico si ritrova così finalmente libero.
Esistono vari livelli di libertà: quella dal faraone e dalla schiavitù ma anche dalla morte reale e simbolica (il peccato e il ripiegamento su di sé). Il passaggio “oltre” dell’angelo della morte dalle case degli ebrei, libera contemporaneamente dalla morte e da sé stessi, rendendo possibile un cammino verso la Terra promessa, come ritorno a sé (secondo la storia di Abramo), riacquisizione di un senso e di una vita perdute attraverso una resurrezione.
Il viaggio però non si compie senza un prezzo da pagare, prima si devono affrontare gli egiziani inseguitori, e dopo ci sarà il deserto, con il suo bagaglio di morte, di solitudine, dell’inevitabile confronto con sé stessi. Abbiamo le spalle al muro e davanti a noi vediamo il bordo del mare, della morte. Ma Dio, anche quando non ce ne accorgiamo, cammina con noi: prima davanti allo schieramento ebraico e poi in coda per proteggere il “nostro” passaggio oltre.
Il mare si apre, dopo l’invocazione di Mosè: è il momento di scegliere la fiducia, chi ci dice infatti che il mare non si richiuderà e non ci inghiottirà? In realtà muore chi non cammina con Dio, chi combatte per impedire il manifestarsi della novità, del passaggio oltre, della vera vita. Mettere piede sul fondo asciutto equivale a rendere possibile il cambiamento, la trasformazione della vita schiava in un’esistenza di libertà.
Esistono diverse versioni che si intrecciano nel racconto del passaggio del mare ma ciò che qui interessa è la natura del fatto in sé, cioè, il battesimo. Baptismòs in greco significa immersione, e cos’è quest’immersione se non una morte che permette una nuova vita?
Eccoci, dunque, sull’altra riva, di un mare che non doveva essere troppo profondo, il Mare di Canne, questo infatti significa Iam Suph e non Mar Rosso come comunemente si crede. Doveva indicare forse un’area poco più che paludosa, il cui passaggio non presupponeva di certo l’attraversamento di muri d’acqua. A maggior ragione, dunque, il passaggio appare puramente simbolico.
Israele ringrazia e loda Dio per la libertà e la salvezza, libertà e salvezza dalla schiavitù, e abbiamo già detto di che schiavitù si tratta. Chiariamo: non si è liberi dal “mondo”, o dal “corpo”, questi sono doni di Dio e in quanto tali utili alla “salvezza”, ma dal considerare il corpo e il mondo come fine, scopo, della vita.
Ma Israele non è arrivato. Mai siamo arrivati finché siamo in questa vita, lo dimostra Mosè, che arriva proprio nel momento in cui non arriva alla Terra Promessa. Ci attende il deserto, possibile morte, e solitudine, propria dell’uomo nei suoi momenti fondamentali (abbiamo già avuto modo di affermarlo). E soprattutto ci attende un deserto in cui Dio provvede a noi, sia corporalmente, la manna e le quaglie (altro segno dell’importanza del corpo), sia spiritualmente con la sua shekinah, presenza, costante e le sue Parole, che disegnano una strada e dei confini entro cui muoversi con sicurezza.
Ciononostante, Israele si perderà più volte, anche Mosè, Aronne e Miriam si perderanno, non capiranno, come gli esploratori della Terra Promessa. Possiamo dire che moriranno, o addirittura cercheranno di morire, guardando indietro all’Egitto, avversando Mosè e non avendo fiducia nel Dio che li ha liberati. Le vie di Dio porteranno però inevitabilmente alla Terra, e quando la morte busserà nuovamente alle porte del popolo in marcia, un’elevazione, quella del serpente di bronzo, permetterà ancora la prosecuzione della vita.
In quest’ottica, la Pasqua, pesach, non è un evento isolato ma un processo, un percorso se volete. Una continua liberazione per una salvezza che non è sicurezza (la Terra promessa e la sua conquista sarà teatro di guerre), ma un luogo dove abitare, per sempre. La conclusione della vicenda di Mosè è per questo ancora fortemente simbolica, operando uno scatto ulteriore: Dio gli mostra una Terra che lui non calpesterà, mentre la fine della sua vita lo porterà verso una Terra eterna. Ma di questo parleremo nei prossimi articoli.
Per ora ci basti sapere che possiamo essere liberi, passando oltre; e che i segni di morte, il sangue e l’acqua, diventano nella fiducia e nella speranza in Dio segni di vita, una vita ottenuta ancora una volta con il passare oltre, nostro e dell’angelo.

Roberto Bisio
Presidente
Centro Culturale San Paolo